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Gioco pubblico, altro che ritorno al futuro: il rischio è il baratro

Gioco PubblicoEra tutto cominciato col caos e, come in ogni ciclo, tutto ritorna al principio. Il gioco d’azzardo, in Italia, nato sottobanco e circondato dall’illegalità, è stato regolamentato e promosso a partire dai primi anni duemila fino ad arrivare ad emergere ed imporsi come uno dei settori più produttivi, floridi e ricchi dell’intera economica italiana.

Il tutto con regole, norme, decreti per regolarizzare l’intera industria del gaming, che tanti benefici ha portato all’Intera Italia, all’unanimità riconosciuta come la maggior nazione con la gestione più efficace di un’industria che altrove non fa registrare gli stessi numeri. Il tutto nella piena libertà d’impresa, questa sconosciuta, che ancora manca ancora in molti settori afflitti da una oligarchia monopolistica senza fine. Un risultato lungo e duro da raggiungere, non senza fatica, il tutto consentendo alla legge di isolare i modelli virtuosi per stanare quelli illegali, abusivamente attivi. E far funzionare ancora meglio un settore che prima è esploso, e che ora invece rischia di implodere. Rovinosamente. Con danni, previsti e stimati, inimmaginabili.

Con l’approvazione della legge di Delega Fiscale, risalente al lontano 2014, il Parlamento affidava al Governo allora in carica la possibilità di intervenire con una serie di provvedimenti per chiarire aspetti considerati critici: la tassazione, la distribuzione delle risorse, la prevenzione. Per la creazione, infine, di un settore sostenibile, con lo Stato al centro di un reparto solido, pulito e legale, a tutela di cittadini e degli interessi della politica. Quei propositi sono stati prima accantonati, poi abbandonati e infine rinnegati. Le nuove misure per il mondo del gioco, intraprese dal governo grillino-leghista, per molti versi contrastano e contraddicono i buoni propositi delle precedenti leggi. Il rischio più grosso che si corre, inutile dire, è quello del ritorno all’illegalità gestita dal mondo criminale. Un paradosso, è vero. Ma è altrettanto vero che sta succedendo proprio questo. Un ritorno al passato, più che al futuro.

Si parla di una previsione, ma è una eventualità da considerare, nonostante la solidità di un settore che oggi continua a produrre ed isolare il crimine e l’illegale. Ma il peggio arriverà quando verranno definitivamente messe in campo le misure comprese nel nuovissimo Decreto Dignità, che ha due mesi e mezzo di vita ma che già miete le sue prime vittime: divieto totale di pubblicità del gioco, un invito al mondo dell’illegalità per proliferare, l’aumento della tassazione sugli apparecchi da intrattenimento: sono solo alcune delle misure previste dalla manovra. Per finire all’istituzionalizzazione del marchio ‘no slot’: ieri una manovra di legislatori regionali isolata, oggi un cavallo di battaglia del nuovo governo. E intanto il settore comincia a fare i conti con i primissimi effetti boomerang: ne è un esempio la tassazione sugli apparecchi, ridotti su tutto il territorio nazionale ed ingestibili per la gestione dei nulla osta e della titolarità. La libertà di impresa e di concorrenza, nel settore, sono seriamente minate nei principi e nei presupposti. Il mondo del gioco online, forse, sembrava quello più immune ed invece è quello che più sta pagando: il divieto totale di pubblicità, per chi di pubblicità vive, rende impossibile qualsiasi approccio al mercato italiano: acquistare, in questo settore, una concessione, oggi è pressoché inutile. Dopo anni di duro lavoro, si rischia il collasso. Non resta che affidarsi alla revisione del Decreto Dignità per far sì che il settore resti in piedi ma sempre sotto la tutela dello Stato che deve garantire trasparenza e legalità. Ma soprattutto il governo dovrà trovare il modo per mantenere in piedi un’industria preziosa per tutta l’Italia. E nel frattempo gli addetti ai lavori tengono botta, in attesa di tempi migliori, mantenendo salda la bandiera sul mondo del gaming, offuscata ma non completamente ammainata. Non ancora, almeno.

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