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Il gioco, un tabù tutto italiano

C’è da fare, necessariamente, una premessa: il reparto del gioco in Italia attendeva ed attende, da anni, una riforma. Ora l’Esecutivo ha fatto la sua promessa, ovviamente ancora irrealizzata. Ed in tutto ciò il gioco continua ad essere un argomento tabuistico, in Italia. Dove, è chiaro, lo è sempre stato ma è vieppiù aumentato con l’ascesa al potere dei movimenti populisti che costituiscono la forse ancora per poco ossatura dell’attuale governo in capo. Un argomento storicamente tabù, ma peggiorato negli ultimi mesi, diventando finanche un argomento quasi impossibile, bandito da ogni tipo di discussione se non di propaganda. In Italia si parla un po’ di tutto: dalla droga alla mafia e tutti lo fanno con invidiabile nonchalance, ma di gioco mai: guai a farlo! L’unico margine possibile è proporre, quanto prima, l’abolizione totale della filiera. Oppure, come già succede, continuando uno sfruttamento economico che giova all’economia ed anche per le recenti misure “rivoluzionarie” volute da MoVimento5Stelle e Lega. In particolare i primi, rappresentati da Luigi Di Maio, non perdono mai occasione di esibire il loro vessillo anti-gioco. Il Ministro del Lavoro infatti, in uno dei suoi ultimi video-messaggi monologhi, ha rivolto pesanti accuse all’Autorità Garante delle comunicazioni, colpevole di aver favorito un’altra lobby, sempre le lobby, quella dell’azzardo. L’Italia è all’inizio di nuove, decisive sfide, ma la priorità di Di Maio sono i giochi, l’azzardo ed il suo preziosissimo Decreto Dignità.

L’argomento ha riavviato subito poi il dibattito politico e mediatico, risvegliando quanti, forti di motivazioni proibizioniste, seguono a ruota il volere e le parole di Di Maio e del Movimento. Ma da circa un mese, da quel fatidico 14 luglio, è cambiato tutto: pubblicità di giochi e scommesse, da onnipresenti, sono scomparse, smentendo e sbugiardando, come del resto fatto dai vertici dell’Authority, l’accusa di “annacquamento” denunciato da Di Maio sul Decreto Dignità. Intanto si butta fumo negli occhi del popolo: parlare del gioco, o di chi per lui, è un ottimo lassativo per evitare di parlare di altro. Un diversivo, nulla più, in un Paese pieno zeppo di problematiche. Ma anche quando si tocca l’argomento gioco, le cose vanno sempre di male in peggio. Negli scorsi giorni, infatti, il Ministro dell’Economia Tria ed il suo Ministero si sono affannati per prendere le distanze dalla stesura di un decreto dedicato alle scommesse sportive, rivendicandone la mancata pubblicazione: era forse una vittoria? Pare proprio di sì, il che è davvero molto, molto triste. Ma il provvedimento in questione, scritto, in corso di adozione e sperimentazione da parte dei Monopoli di Stato assieme ai concessionari, è un qualcosa di legittimo, inevitabile, e necessario in base a quanto predisposto per i legislatori in materia di gioco, per aumentare il tasso di competitività dell’offerta lecita rispetto alle illecite. Eppure in Italia succede che lo stesso Ministero smentisce se stesso, rimangiandosi le sue parole, le sue azioni, causando immani e inquantificabili perdite alla stessa economia delle impresse. E lo stesso Ministero aveva imposto adeguamenti tecnici a bookmaker italiani in base alle nuove modalità in materia di gioco introdotte sul mercato. Qualcuno vuol chiedere danni allo Stato? Non sia mai, perché poi si troverebbero comunque risposte atte alla più classica delle smentite. Promettendo maggiore tutela della salute pubblica, anche se nulla c’entra con l’adozione o meno di quel decreto. Facendo però passare in secondo piano le questioni economiche e le anomalie procedurali.

Intanto continuano i problemi, ne sorgono di nuovi, si spostano e retrodatano i vecchi, senza trovare soluzione. Mentre impazza la questione territoriale, uno scompenso per il territorio ed in futuro sulle casse dell’Erario. Così come il mancato riordino del comparto di cui sopra. E, dopo le recenti dichiarazioni, l’ormai imperversante crisi di governo porterà altre soluzioni, altre novità, altri scontri ed altre incoerenze inspiegabili. Tutto ai danni del gioco, solo e soltanto del gioco.  

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